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08 nov 2026

La valutazione di sé

di Luciano Caveri

"Tutti sono utili, nessuno è indispensabile." Lo si dice con il tono di una verità ovvia eppure basta ascoltarlo con attenzione per sentirne la doppia voce: quella della saggezza organizzativa e quella, più fredda, del cinismo.

La parte vera è una questione di resilienza. Famiglie, aziende e comunità sopravvivono alla perdita dei singoli e anzi sono progettate per farlo. Un sistema che dipende da una sola persona è fragile, per questo documentare i processi, formare i sostituti e distribuire il sapere sono buone pratiche, non atti di sfiducia. La parte cinica sta nell'uso che se ne fa: ricordare a qualcuno che è sostituibile è spesso un modo per svalutarne il contributo o per giustificare condizioni che non si avrebbe il coraggio di difendere a viso aperto. E la massima è vera in senso logico ma spesso falsa in senso pratico: chi se ne va porta con sé esperienza, relazioni e conoscenza implicita che nessun manuale restituisce.

In politica il detto diventa quasi un principio costituzionale. Le democrazie sono costruite perché nessuno sia indispensabile: mandati limitati, elezioni, alternanza, successioni previste. L'idea del leader insostituibile appartiene ai regimi personalistici, ed è lì che le transizioni diventano traumatiche, perché manca un meccanismo per sostituire chi governa.

Ma il lato cinico non scompare nemmeno nelle democrazie. Nei partiti, "nessuno è indispensabile" è la formula con cui si scarica un ministro o un segretario quando conviene. E chi detiene il potere ha l'incentivo opposto: presentarsi come insostituibile, "o io o il caos", una narrazione che si autoalimenta, perché più si accentra, più il sistema dipende davvero da te.

In Italia il detto ha avuto due traduzioni in slogan, entrambe finite male. La prima è la "rottamazione" di Matteo Renzi: l'idea che un'intera classe dirigente andasse mandata a casa per fare spazio al nuovo. Funzionò come leva di consenso, ma portava con sé un'ambiguità: se il criterio è il ricambio in sé, nessuno è al riparo, nemmeno chi lo proclama. Dopo la sconfitta al referendum del 2016 e le dimissioni, la logica della rottamazione si ritorse contro il suo ideatore, e la stagione che doveva inaugurare un ricambio stabile si chiuse con un partito diviso e un leader ridimensionato.

La seconda è "uno vale uno" di Grillo e del Movimento 5 Stelle, che prende il detto dal lato opposto: se nessuno è indispensabile, allora tutti sono intercambiabili. Nata come rivendicazione democratica contro la casta e i politici di professione, la formula ha finito per oscurare una distinzione elementare: l'uguaglianza dei cittadini davanti al voto non significa uguaglianza di competenze davanti a un ministero. Il risultato, per i suoi critici, è stato l'ingresso nelle istituzioni di persone impreparate a ruoli complessi, e il Movimento stesso ha poi rivisto molte delle sue regole originarie e nessuno meglio di Conte incarna la trasformazione.

Sono due modi di svuotare lo stesso principio: la rottamazione trasforma la sostituibilità in una purga, l'uno vale uno la trasforma in un'abolizione del merito. In entrambi i casi si scambia il sistema che permette di sostituire con la convinzione che sostituire basti.

Qui entra il contraltare dell'incompetenza. Se tutti fossero davvero sostituibili, chi lavora male dovrebbe essere rimosso senza difficoltà. Invece sopravvive, per tre ragioni: sostituire costa, valutare è difficile e a volte l'incompetente si rende indispensabile per opacità, tenendo per sé informazioni e passaggi, come il collega che "sa dove sono le cose". In politica la variante è ancora più netta: il costo della sostituzione è politico più che tecnico. Rimuovere un incapace può rompere equilibri tra correnti, coalizioni e territori, così il mediocre resta perché il suo posto è un incastro, non un merito.

Ne esce una formula più onesta del proverbio: nessuno è indispensabile, ma qualcuno è molto difficile da sostituire, e la differenza sta in ciò che lascia agli altri quando se ne va. Chi lavora bene rende il proprio ruolo trasferibile; chi si arrocca ne diventa ostaggio. Lo stesso vale per i sistemi politici, e il loro vero test di maturità è uno solo: riuscire a cambiar senza che ogni cambio diventi una crisi all’italiana.