La parola morte viene dal latino mors, mortis, che a sua volta discende dalla radice protoindoeuropea *mer-, "morire", "svanire".
Eppure, in questi primi giorni di novembre, tocca farci i conti per l’incombenza del 2 Novembre, la data fissa che fu introdotta nel 998 d.C. dall'abate benedettino Sant'Odilone di Cluny. Odilone dispose che nei monasteri della congregazione cluniacense si suonassero le campane a morto con rintocchi funebri dopo i vespri del 1° novembre, e che il giorno successivo si celebrasse l'eucaristia e la preghiera solenne per la liberazione e il riposo di tutte le anime dei defunti. Questa consuetudine si diffuse rapidamente in tutta Europa e nella Chiesa cattolica, venendo ufficialmente formalizzata nel XIV secolo con il nome di Anniversarium Omnium Animarum.
In questo giorno è naturale pensare con affetto ai parenti e agli amici scomparsi, scontando quei legittimi momenti di tristezza che il ricordo innesca, soprattutto con la visita ai cimiteri.
La tradizione è tradizione e il culto dei morti è antico: ha segnato tutte le civiltà che si sono succedute e sovrapposte nella nostra Valle. La memoria dei defunti è un tratto dell'umanità, che ha spezzato l'oblio per i propri predecessori in un modo che il mondo animale non conosce e questo distinguo ha segnato il nostro percorso.
Da bambino queste visite un po' mi angosciavano e mi facevano pensare alla morte, che legittimamente fa paura. Mio padre, dotato di una robusta dose di umorismo, sdrammatizzava le mie paure con il suo spirito caustico. Così ho pensato a lui rileggendo la battuta fulminante di Alphonse Allais: «La mort est un manque de savoir-vivre».
"Morti": è una parola che colpisce sempre, anche quando diventa festa comandata. Il lutto resta nella mente come una perdita indelebile, comunque lo si viva e per quanto tempo sia passato da un evento triste per definizione. È normale che ogni tanto si pensi a quella prospettiva che arriverà per ciascuno, qualunque siano le proprie idee su ciò che accadrà, o non accadrà, dopo l'ultimo respiro. A una certa età, poi, già fortunati ad esserci, con certe tragedie che si susseguono, vale quanto scrisse con sagacia Lalla Romano: «Quando abbiamo imparato a vivere, moriamo».
Quanto sia vera questa osservazione lo misuriamo dalla nostalgia di tante persone amiche, amate, stimate che in queste ore ricordiamo. Di anno in anno, più si invecchia (per nostra fortuna), più è come se in un cimitero tutto nostro, nel cuore, si aggiungessero nomi e volti di chi abbiamo perduto e di cui conserviamo memoria per le ragioni più varie. Alcuni ci mancano come ferite mai rimarginate, che si lenisce proprio con i ricordi e con ciò che ci hanno lasciato. Legami affettivi, frequentazioni lunghe o brevi, scambi fecondi, semplici lampi: tutto nella vita serve a plasmarci. Certe assenze pesano, ma il rimpianto cede alla dolcezza della rievocazione, qui e ora, potere della nostra mente.
Lo ha detto, con la serietà che può avere un grande umorista, ancora Marcello Marchesi: «Si nasce per far guerra alla morte ed esserne sconfitti. Da giovani il nemico è lontano, muoiono quelli più avanti. Oh bellezza delle retrovie! Qualche tiro lungo uccide un giovanissimo, qua e là, ma pochi, e tu procedi, giochi, vivi, ami e dimentichi la battaglia che non ci sarà. Poi la morte aggiusta il tiro. Te ne accorgi quando colpisce i tuoi amici in giro o qualche scheggia di malattia ti scalfisce. Poi tocca a te. Prima di morire si passa la bandiera ai figli. Ma anche loro non vinceranno».
È così e bisogna farsene una ragione: è una condizione certa, di cui è bene avere consapevolezza. Trovo sempre istruttivo osservare come in questi giorni si animino i cimiteri. Luoghi solitari e di raccoglimento e basta girare la piccola Valle d'Aosta per trovarne di diversa natura paesaggistica e d'architettura, diventano luoghi sociali, fatti di incontri, saluti e un affaccendarsi attorno alle rispettive tombe.
La Morte e il Lutto appartengono alle tradizioni più antiche. Ogni civiltà ha lasciato tracce della pratica di seppellire i defunti e dei rituali che l'accompagnano, e molte ricerche di antropologi illuminano questo cammino centrale della nostra umanità, di cui siamo eredi, consapevolmente o no. Lo siamo anche nella quotidianità di questi giorni, in cui con amore e pietas viviamo fisicamente i luoghi dell'ultimo addio.
Novembre, con i suoi colori e le sue atmosfere, fotografa bene l'insieme dei sentimenti della rimembranza.