Uno dei vantaggi di aver fatto il parlamentare per tanti anni, con diverse forme di atti legislativi, è che, specie nelle Finanziarie dette «omnibus» (un po’ per tutti…), si scoprono con facilità marchette e norme ad personam.
Da un passato remoto spunta la celebre frase di Massimo d'Azeglio: «Si può talvolta far cosa pienissimamente legale ed essere al tempo stesso un solenne ladro», spesso citata con il termine originario «mariuolo». Un'espressione che racchiude un pensiero profondo, ancora oggi valido e ficcante, sul rapporto tra la legge formale (ciò che è scritto nei codici) e la giustizia sostanziale (ciò che è eticamente corretto).
La citazione non viene da un discorso politico ufficiale, ma dagli scritti postumi di d'Azeglio, in particolare dal saggio Del giornalismo, raccolto nei volumi pubblicati dopo la sua morte, nel 1871. D'Azeglio, politico, scrittore, pittore e patriota, tra i padri del Risorgimento, nato nel 1798 e morto nel 1866, visse la transizione dall'Antico Regime alla costruzione dello Stato unitario. Nel Regno di Sardegna fu deputato e Presidente del Consiglio, mentre da senatore si affacciò poi sul nascente Regno d'Italia.
Era un liberale, convinto come dev’essere che il rispetto delle regole sia la base della convivenza civile. Ma proprio perché riconosceva l'importanza della legge, ne conosceva bene anche i limiti. Metteva in guardia contro il legalismo formale, cioè la tendenza a considerare «giusto» tutto ciò che la legge permette, dimenticando che le leggi sono scritte dagli uomini e possono essere imperfette, ingiuste o manovrate da interessi particolari. Chi sfrutta le zone grigie della legge, le scappatoie burocratiche o i privilegi di casta per danneggiare la collettività o arricchirsi a scapito dei più deboli, magari «con le carte in regola», dal titolo punto di vista morale si comporta a tutti gli effetti come un ladro, pur restando impunito nei tribunali.
La frase sembra scritta oggi. Viviamo in un'epoca in cui il divario tra legalità e moralità è al centro del dibattito pubblico, economico e sociale. Un ambito in cui l'attualità è evidente, e in cui si spreca l'uso di un termine di origine anglosassone, è il lobbismo. Intendiamoci: il lobbismo, o meglio la rappresentanza di interessi, non è per forza negativo. In una democrazia pluralista è normale, e spesso utile, che gruppi organizzati (imprese, associazioni di categoria, sindacati, enti territoriali, professioni, ONG) portino esigenze, dati e proposte ai decisori pubblici. Parlamentari e governi non possono conoscere nel dettaglio ogni settore: un buon confronto con chi vive da vicino gli effetti di una norma può migliorare la qualità delle leggi, evitare conseguenze indesiderate e dare voce a interessi che altrimenti resterebbero inascoltati.
Il problema nasce quando l'influenza è opaca e non tracciabile, quando prevalgono interessi molto concentrati e ben finanziati a scapito di quelli diffusi, quando si approvano micro-misure clientelari o di pura rendita. In Italia la questione è particolarmente delicata perché, a differenza di molti altri Paesi europei, manca ancora una legge organica nazionale sul lobbying. Esistono regole parziali, meglio definite a livello europeo, come ho potuto vedere al Parlamento europeo, ma si capisce bene che il gioco tra guardie e ladri è un inseguimento infinito.
Prendiamo la differenza, abissale pur nella sua sottigliezza, tra evasione fiscale, che è illegale, ed elusione fiscale, che sfrutta i vuoti normativi per pagare meno tasse possibile. Grandi multinazionali, fondi di investimento e soggetti molto ricchi riescono spesso a spostare capitali nei paradisi fiscali o a sfruttare regimi di favore perfettamente legittimi sulla carta. Il risultato è che sottraggono risorse vitali alla collettività: scuole, sanità, infrastrutture. Applicando la massima di d'Azeglio, l'azione è pienissimamente legale, ma l'impatto sociale ed etico equivale a un furto ai danni dei cittadini onesti.
Allo stesso modo capita che norme o gare d'appalto vengano scritte o indirizzate per favorire gruppi di potere specifici, nel pieno rispetto formale delle procedure parlamentari o burocratiche. C'è chi legifera a favore di settori in cui poi andrà a lavorare, e ci sono norme ad personam, regolarmente approvate dal Parlamento (ma vale anche per le Regioni!) ma nate per sanare posizioni di privilegio.
La frase di d'Azeglio ci ricorda che la legge non esaurisce la giustizia (e verrebbe da aggiungere l’onestà personale). Un conto è lo Stato di diritto, fondamentale per evitare l'arbitrio, un altro è la coscienza morale. Affidarsi ciecamente al mantra «è legale, dunque è giusto» rischia di trasformare la legalità in un alibi formale per legittimare l'ingiustizia sociale.
D'Azeglio docet.