La passione dovrebbe animare la politica. Spiace pensare che questa specie di fuoco sacro, elemento chiave per la democrazia, stia scemando in un mare gelido fatto d’indifferenza.
Hegel scriveva che nulla di grande è stato compiuto nel mondo senza passione: se manca quella, manca l'energia stessa di una comunità che serve ad avanzare e non a non retrocedere.
Se fosse solo astensionismo, ci si potrebbe fare il callo, pur alla ricerca di soluzioni non facili da trovare. Quel che colpisce davvero al cuore è il contrario dilagante della passione: l'apatia, cioè assenza di interesse, di emozione e di impulso, stato di indifferenza o di distacco. La parola viene dal greco apátheia: a- privativo e pathos, passione, emozione, sofferenza. Per gli stoici era un valore, la condizione del saggio che, libero dai turbamenti, trova la pace interiore. Nei secoli ha cambiato segno come spesso capita a parole che si capovolgono ed è diventata così sinonimo di svogliatezza e mancanza di motivazione.
Si declina in più sfumature che danno ulteriori coloriture: distacco, disprezzo, disinteresse, addormentamento. Non è una scoperta recente. Dante mette gli ignavi alle porte dell'Inferno, rifiutati persino dai dannati: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa". La loro colpa non è il male fatto, ma la scelta mai compiuta.
Gramsci, nel 1917, fu ancora più netto: "Odio gli indifferenti". L'indifferenza, scriveva, è "il peso morto della storia": ciò che accade accade anche per l'assenza di chi avrebbe potuto impedirlo.
Eppure capita, lo si vede da certe manifestazioni di piazza, che ogni tanto si accenda una luce. Il guaio è che troppo spesso sono momenti animati dal settarismo di gruppi e gruppuscoli, che si spengono quando esauriscono la loro ragion d'essere. Spesso sono professionisti della protesta, sempre gli stessi, chiusi in una forma cupa di solipsismo infruttuoso, cui spesso si aggiunge l’effetto cupo e minaccioso dei professionisti della violenza che approfittano di qualunque momento pubblico per sporcare anche i momenti più nobili.
Hannah Arendt ricordava che la libertà non vive nell'opinione ma nell'agire insieme agli altri: chi confonde la militanza con l'identità finisce per parlare solo a se stesso. Intanto la maggioranza evita ormai la militanza e l'impegno, rinunciando a quella voglia di fare, di esserci, che dovrebbe alimentare comunità piccole e grandi.
Elie Wiesel osservava che il contrario dell'amore non è l'odio, ma l'indifferenza. Non a caso Liliana Segre ha voluto quella parola, "Indifferenza", scolpita all'ingresso del Memoriale della Shoah di Milano. Povera donna anziana, bambina nel campo di sterminio, oggi insultata dalla volgarità e stupidità di cervelli spenti, quando l’ideologizzazione della passione diventa fanatismo:
L'antidoto buono all’indifferenza ha un motto nobile, quello che don Milani appese sulla porta della scuola di Barbiana: "I care", mi importa, mi sta a cuore. Non servono piazze oceaniche: bastano un'associazione, un comitato di quartiere, un consiglio d'istituto.
Posso confermarlo da qualche esperienza recente nell'Union Valdôtaine, alla ricerca di inneschi di interesse. Certi temi cardine possono ancora riempire le sale e ci sono piccoli gruppi riuniti attorno a "vecchie glorie" che raccontano storie di politica vissuta. Servono da ponte fra generazioni, per dire ai giovani che non partecipare non è solo una rinuncia: è una porta aperta per chi occupa indegnamente spazi che potrebbero essere i loro.