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14 ott 2026

Se il mondo diventa un quadro di Magritte

di Luciano Caveri

Ogni tanto basta aprire il telefono e guardare lo schermo ammaliatore per avere la sensazione di essere finiti dentro un quadro di René Magritte: tutto è al suo posto, tutto è perfettamente nitido, eppure qualcosa non torna.

Un volto che parla in un video, ma non esiste. Una foto che sembra vera, ma è stata generata. Una notizia e il suo contrario, una accanto all'altra, entrambe pronunciate con lo stesso tono sicuro. Non è il caos di un incubo: è un disordine ordinatissimo, in cui ogni elemento, preso da solo, è ragionevole.

È la stessa impressione che si prova davanti a Magritte e ai suoi quadri. Per questo, quando il presente ci sembra surreale, il paragone che viene spontaneo non è con le visioni sfrenate di altri artisti, ma appunto con le sue tele limpide e un po' inquietanti. Forse il suo surrealismo era in qualche modo una previsione.

Ha detto lo scrittore David Ebershoff: “Un artista vede ciò che non esiste ancora. Immagina un futuro che gli altri non riescono a percepire”.

Magritte forse non ha dipinto il futuro, ma ci ha consegnato gli strumenti per riconoscere alcune inquietanti contraddizioni. In un mondo nel quale le immagini possono sostituirsi ai fatti, le rappresentazioni alla realtà e le apparenze alla verità, i suoi quadri sembrano parlare direttamente a noi. Forse è questa la vera capacità di anticipare il futuro: non indovinare ciò che accadrà, ma intuire ciò che l'umanità rischia di diventare e di dover affrontare.

Facciamo il punto. René Magritte (1898–1967) è stato tra i grandi nomi del Surrealismo, ma a differenza di Salvador Dalí o Joan Miró non esplora sogni deformati o automatismi psichici. Il suo linguaggio è fatto di chiarezza, ordine e paradosso visivo. Pipe, bombette, mele, nuvole, finestre: oggetti quotidiani dipinti con uno stile piatto, quasi accademico. L'inquietudine nasce da come li accosta, non da ciò che mostrano. Magritte non ci porta in un altro mondo: scardina le abitudini con cui guardiamo questo.

Cercatevi il quadro “Il tradimento delle immagini (1929)” Una pipa dipinta con cura e sotto la scritta «Ceci n'est pas une pipe». Ha ragione: è pigmento su tela, non si può fumare. Oggi viviamo tra immagini generate, avatar e profili, e confondiamo di continuo la rappresentazione con la cosa: il profilo con la persona, il dato con la realtà.

E ancora “L'impero delle luci” (serie, 1949–1954). Una strada notturna con un lampione acceso, sormontata da un cielo azzurro di giorno. Due tempi che non possono coesistere, eppure coesistono. È l'effetto delle narrazioni simultanee e contraddittorie in cui siamo immersi, e di solitudini iperconnesse che condividono lo stesso spazio senza incontrarsi.

Interessante anche Golconda (1953). Uomini identici, in cappotto e bombetta, sospesi come pioggia davanti a case ordinarie. Racconta l'anonimato e l'omologazione della società di massa, e oggi ricorda l'individuo che si perde nei flussi urbani e nella vita di rete, uguale a tutti gli altri.

Infine “Il figlio dell'uomo” (1964). Un uomo in abito scuro con il volto coperto da una mela verde sospesa. Vediamo ciò che è esposto e ci tormenta ciò che è nascosto. Maschera, selfie, immagine pubblica: più mostriamo, più l'essenziale resta fuori vista, e la sovraesposizione finisce per generare assenza di sguardo.

Magritte non ci allontana dal reale: abbassa la guardia delle nostre convinzioni per mostrare quanto il mondo ordinario sia intriso di assurdità, paradossi e convenzioni arbitrarie. Quando il presente ci sembra surreale, forse non sta cambiando la realtà, ma si sta rendendo più visibile il suo lato enigmatico e il digitale riesce a rendere molte cose artefatte. La stessa Intelligenza Artificiale è capace di informazioni distorte e talvolta menzognere. Molti sono Social ci raccontano vite artefatte e ben distanti dall’esistenza reale.

La lezione è semplice e attualissima: guardare con attenzione, ricordare che un'immagine non è la cosa che rappresenta e chiedersi sempre che cosa si nasconda dietro la mela.