Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
15 set 2026

Quando la politica non parla ma urla

di Luciano Caveri

C’è una scena che si ripete identica, sera dopo sera, cambiando solo con il telecomando il nome della Rete, del programma e dei contendenti: due o tre ospiti seduti a un tavolo, un conduttore che prova a mediare, e nel giro di pochi minuti le voci che si sovrappongono fino a diventare un unico brusio indistinto e fastidioso.

Chi segue i talk show politici italiani lo sa bene: non vince chi argomenta meglio, vince chi resiste più a lungo a pieni polmoni in una specie di Plaza de Toros in cui regna la violenza verbale. È facile liquidare il fenomeno come un vizio televisivo, un trucco da bassa cucina dello spettacolo per tenere alta l’attenzione nei minuti di calo d’ascolto con ospiti che sembrano spesso fenomeni da Circo Barnum e peggio sono meglio è.

Ma la domanda che viene naturale è se sia stata la TV ad aver contagiato la società oppure se la TV si limiti a fotografare un imbarbarimento già in corso. Una risposta secca - anche da parte mia che la TV ho cominciato a farla nel 1979 (dal 1980 alla RAI) - non è semplice e forse ha ragione chi dice che le due cose si alimentano a vicenda in un circolo vizioso che abbruttisce regole elementari di bon ton, che dovrebbero garantire di parlarsi senza aggressività belluina.

Il critico televisivo Aldo Grasso, commentando un celebre battibecco parlamentare finito in rissa verbale e persino in versi onomatopeici, ha parlato senza mezzi termini di un Parlamento ormai trasformato in una palestra dell’insulto, dove la volgarità è di casa, arrivando a evocare immagini quasi animalesche per descrivere il tono di certi scontri in diretta. Il punto, per Grasso, non è solo estetico: quando il linguaggio si riduce a un ringhio, si perde insieme ad esso anche il pensiero che dovrebbe veicolare e dimostra il declino della ragione.

Su un piano più strutturale arriva l’analisi del linguista Giuseppe Antonelli, che da anni studia l’evoluzione del linguaggio pubblico italiano. Nel suo saggio ”Volgare eloquenza”, Antonelli descrive un vero e proprio ribaltamento di paradigma: il linguaggio della politica - specchio della società, anche se non piace averne consapevolezza - sarebbe scivolato progressivamente verso un’eloquenza volgare, rozza e semplificata, che finisce per svuotare la politica stessa della sua capacità propulsiva.

Non si convince più l’elettore con un eloquio vakido e pieno di contenuti, ma enfatizzando il peggio per colpire gli istinti peggiori. È una lettura che spiega bene perché urlare funzioni: non è un incidente di percorso, è diventato un codice comunicativo studiato, che punta dritto alla pancia dello spettatore invece che alla sua capacità di giudizio. Antonelli parla non a caso di una “veterolingua” che riporta il pubblico agli istinti primari anziché elevarne il ragionamento. Un meccanismo perverso tra chi parla e chi ascolta che innesca una corsa al ribasso senza freni fra insulti e faccette.

C’è poi un’osservazione più spicciola, ma non meno vera: si urla quando mancano gli argomenti. Chi ha una tesi solida può permettersi il lusso della pazienza, di lasciar parlare l’avversario, persino di concedergli ragione su un punto secondario senza sentirsi sconfitto. Chi invece si accorge, magari solo a livello istintivo, di essere in difficoltà, alza il volume come si fa con gli altoparlanti con un’ultima risorsa a favore dei timpani più che del cervello.

Il problema è che in televisione questa scorciatoia funziona, perché il mezzo premia chi occupa più spazio sonoro e visivo, non chi dice qualcosa di più vero o più utile. E funziona ancora meglio se il pubblico a casa, esausto da anni di questo genere di spettacolo, ha ormai smesso di aspettarsi altro e alimenta con gli ascolti questo sangue ed arena.

Quello che rende la questione più inquietante è proprio la sua capacità di travalicare lo schermo. Il modo in cui si discute in TV - sequela di interrompersi, sovrapporsi, alzare la voce come prova di autorevolezza - è oggi lo stesso che si ritrova nei gruppi WhatsApp di condominio, nei commenti social, in certe discussioni familiari a tavola e - ahimè - nelle Istituzioni Non sappiamo con certezza chi abbia insegnato le cattive maniere a chi, ma il risultato è che l’idea stessa di un confronto pacato, fatto di ascolto e di argomenti verificabili, sta diventando una rarità da segnalare quando capita, non la norma come dovrebbe essere.

Forse la domanda giusta non è più “chi ha iniziato”, se la Televisione o la società, ma cosa si può fare per invertire la rotta: forse bisognerebbe premiare nella vita e nei media chi sceglie di parlare con tono educato e sa argomentare, invece di chi grida più forte e ci assorda.