Vado ogni giorno a camminare o a correre sotto il paese di Saint-Vincent, dove abito e, come sa chi lì ci vive, c’è in giro un bel branco di lupi (che si riproduce grandemente), che ha già azzerato alcune specie di altri selvatici e cani e gatti in zona. L’espansione enorme in futuro porterà guai.
Questo per dire che la crescita incontrollata del numero dei lupi in Italia imporrà una scelta che da anni viene rimandata: i prelievi mirati.
Lo sostengo da tempo, in ogni sede istituzionale possibile, spiegando che non si tratta di invocare le stragi indiscriminate che portarono la specie sull’orlo dell’estinzione, anche sulle Alpi, quando la sua presenza era considerata semplicemente nociva. Ma la Natura ha bisogno di equilibrio, e il lupo è un superpredatore che, in Italia, non ha altro competitore che l’uomo.
Gli esemplari stanno ormai - oltre alle montagne - colonizzando zone collinari e persino di pianura. Non è difficile immaginare il clamore che si scatenerà quando a preoccuparsi non saranno più solo i montanari, ma anche chi vive nelle periferie delle grandi città, dove i lupi già oggi si affacciano sempre più spesso.
Contenere la specie non significa sparare per il gusto di farlo, ma consentire quote di abbattimento ragionevoli, calcolate su base scientifica.
Eppure in Italia, su questo tema, si continua a prendere tempo: un misto di ipocrisia e miopia che dura da anni. Il rischio è che si debba aspettare una tragedia — un morto — perché l’irrazionalità prenda il posto del ragionamento, quando basterebbe guardare a cosa fanno già gli altri Paesi.
Dopo il declassamento del lupo da specie “rigorosamente protetta” a semplicemente “protetta”, deciso dalla Convenzione di Berna e recepito dall’Unione Europea, molti Stati membri hanno aperto ad abbattimenti selettivi. La Svezia, dal 2025, ha introdotto una caccia su licenza con l’obiettivo dichiarato di dimezzare la popolazione, portandola da circa 460 a 170 esemplari, autorizzando l’abbattimento di 75 lupi. La Finlandia, dal 2026, consente la caccia con permessi speciali, fino a 65 lupi su una popolazione stimata di 430 (secondo altre fonti il contingente 2026 sarebbe stato fissato a 100 capi). L’Austria, e in particolare il Tirolo, ha intensificato drasticamente gli abbattimenti, passando dai 2 lupi uccisi nel 2025 ai 12 del 2026, con procedure semplificate che gli ambientalisti contestano duramente. Francia, Germania, Spagna, Slovacchia, Bulgaria e Paesi baltici (ma anche la Norvegia che non è Paese UE) hanno invece adottato piani di gestione con abbattimenti selettivi in deroga, ai sensi dell’articolo 16 della Direttiva Habitat, generalmente riservati a esemplari problematici o predatori abituali di bestiame. L’Italia resta specie protetta, ma le nuove regole UE permetteranno alle Regioni di elaborare piani di gestione: non una vera “caccia”, ma prelievi selettivi. Che si agisca!
Negli USA la gestione è affidata agli Stati nella regione delle Northern Rockies, dove il lupo è stato “delistato” dalla protezione federale. Il Montana ha fissato una quota di 452 lupi per la stagione 2025/26, poi ridotta a 250 per il 2026/27 dopo che un nuovo modello di stima ha rivelato una popolazione inferiore al previsto; nella stagione 2025/26 ne sono comunque stati abbattuti 247. L’Idaho non ha una vera quota da anni: caccia e trappolaggio sono ampiamente liberalizzati, con circa 500 lupi uccisi nelle stagioni recenti. Il Wyoming adotta invece una gestione ibrida, con una zona “trophy” a quote regolate vicino a Yellowstone, mentre nel resto dello Stato il lupo è classificato come “predatore” e può essere abbattuto senza limiti; nel 2026 lo Stato ha comunque dimezzato la quota nell’area di Yellowstone per proteggere una popolazione indebolita da malattie. Non è raro che lupi del Parco di Yellowstone vengano legalmente abbattuti non appena escono dai confini protetti dell’area, in Montana e Wyoming. In Canada non esiste una “caccia” nel senso europeo del termine, ma veri e propri programmi di abbattimento sistematico finalizzati alla conservazione del caribù: In British Columbia dal 2015 è attivo un “predator reduction program”: tiratori professionisti abbattono i lupi da elicottero. Dal 2015 sono stati uccisi 2.844 lupi (dato aggiornato al 2026), con una media di 244-350 esemplari l’anno e un budget che arriva fino a 1,8 milioni di dollari canadesi annui. Nel 2026 la Provincia sta valutando una proroga di altri cinque anni, fortemente osteggiata da gruppi ambientalisti come Pacific Wild e da alcune Prime Nazioni. L’Alberta porta avanti programmi analoghi per la tutela del caribù di montagna. In Québec, il lupo rientra tra le specie da pelliccia cacciabili in trappolaggio, senza un vero limite di quota nella maggior parte delle zone di gestione faunica: non esiste una struttura di permesso individuale rigida come per l’alce o il cervo. In parallelo, il governo quebecchese porta avanti un programma mirato di controllo dei predatori — lupi, ma anche in parte orsi neri e coyote — nelle aree frequentate dalle due popolazioni di caribù più a rischio della provincia.
Chi scrive su questi temi sa già cosa aspettarsi: insulti e minacce da parte di chi immagina il lupo come un animale docile, capace solo di fare bene alla Natura. Ma la convivenza, che resta l’obiettivo, non può ignorare la realtà delle predazioni su animali di allevamento e animali domestici, ormai documentate ovunque. E chi sottovaluta il rischio di attacchi all’uomo non conosce la storia che emerge dagli archivi, dove questo pericolo è ben certificato.
Quando episodi di questo tipo si presenteranno anche in Italia — ed è una questione di tempo — si dovrà finalmente capire che una politica seria non può continuare a vivacchiare nell’attesa di un “Piano lupo” rinviato di anno in anno, con quel “si vedrà” che, in Italia, non è mai stato una soluzione.