Fare politica insegna molte cose, ma una su tutte spicca per utilità e fascino: offre un punto d'osservazione unico e privilegiato sulla natura e sui comportamenti umani. Senza paragoni azzardati, è un po' come trovarsi immersi in una versione contemporanea de La Comédie humaine di Balzac, dove si spalanca un panorama di ambizioni, dinamiche di potere, vizi e categorie umane che attraversano il tempo restando sorprendentemente identiche a se stesse.
Nel mio piccolo, osservando le dinamiche pubbliche, ho visto muoversi figure di ogni tipo. Tra queste, ce n'è una in particolare che merita un'analisi attenta perché spesso fraintesa: la figura del "pentito".
Il termine "pentimento" porta con sé significati profondamente diversi che è bene non confondere. Nella sua accezione morale e spirituale originaria, il pentimento è prima di tutto un atto interiore nobile: il riconoscimento autentico di un errore compiuto e il desiderio sincero di ripararlo.
Nelle cronache giudiziarie, invece, la figura del collaboratore di giustizia rappresenta uno strumento investigativo fondamentale per la collettività, anche se nasce quasi sempre da un calcolo di convenienza o di protezione individuale, più che da un disinteressato e spontaneo slancio morale.
E poi c'è il pentito della politica, un esemplare che agisce con una naturalezza disarmante, muovendosi quasi come se fosse l'Uomo Invisibile, convinto che nessuno noti le sue giravolte. Il pentito politico non cambia rotta per un percorso riflessivo o per una maturazione filosofica nel tempo. Cambia schieramento per pura convenienza personale o per la frustrazione di un'ambizione non realizzata. Ciò che rende insidioso questo comportamento è il modo in cui la rottura viene rivestita a posteriori: lo strappo strumentale viene mascherato con grandi parole di principio e una finta adesione ad aree ideologiche lontanissime dalla propria storia originaria.
Anche nella politica locale non mancano esempi stridenti di questo tipo. Ci sono casi in cui persone che sono state accompagnate, formate e valorizzate da una comunità politica scelgono improvvisamente la strada opposta. Non una semplice divergenza d'idee, ma una strategia del contrasto sistematico e dell'avvelenamento dei pozzi verso chi ha reso quei qualcuno ciò che sono.
Tutto questo avviene quasi sempre dietro un atteggiamento austero e accademico: il rancore e l'animo polemico vengono abilmente celati sotto la parvenza dell'analisi scientifica, della coscienza oggettiva e della neutralità giurisprudenziale.
A chi si comporta in questo modo non si dovrebbe consentire di ergersi a figura super partes o di dispensare lezioni morali come se parlasse da una posizione neutrale. Quando si conosce la genesi di certi atteggiamenti, è chiaro che non ci troviamo di fronte a una coscienza critica, ma al rancore travestito da Cicero pro domo sua.
Riconoscere queste dinamiche è essenziale per comprendere chi contribuisce davvero al dibattito pubblico e chi sta solo regolando conti personali. E di certi "pentiti", alla fine, non ci si deve affatto pentire di aver perso la collaborazione.