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15 lug 2026

Le ultime volte non esistono: esistono soltanto nuovi inizi

di Luciano Caveri

Ormai ho lasciato la politica elettiva da mesi e mi capita ancora di trovare qualcuno che mi chiede come sto, in genere con affetto e partecipazione, proprio come si fa con chi ha avuto un lutto.

Allora, con franchezza, non ho problemi a dire che, senza ipocrisie, da sempre penso che, quando una porta si chiude, ce ne può essere una nuova da aprire. Ed è quanto sto facendo, ma trovo che va vissuto come un salutare idem sentire.

Assurdo stare lì a magonare: il punto e a capo, specie quando si hanno i capelli bianchi, deve essere vissuto come una dinamica salutare con orizzonti nuovi da esplorare senza fare drammi.

E allora mi tocca ridire che non soffro della sindrome che colpisce lo studente all’ultimo giorno di scuola, il lavoratore alla vigilia della pensione, il politico che lascia il suo ruolo elettivo. Il problema è che quasi tutte queste “ultime volte” sono ultime volte solo di un capitolo, non del libro.

Chi si trova di fronte ad un’ultima volta non sparisce dalla faccia della terra: torna, semplicemente, a fare altro e può essere pure un sollievo, non una condanna. Cambiare significa dover mettere energie e buttarsi in cose nuove e farlo senza troppe arrières pensées è già una bella spinta su cui impegnarsi senza indulgere a guardare nello specchietto retrovisore.

Meglio pilotare l’avvenire guardando davanti dal parabrezza. Epicuro diceva una cosa che oggi: finché ci siamo noi non c’è la fine, e quando arriva la fine non ci siamo più noi a doverla patire. Un ragionamento consolatorio non impeccabile — un po’ come dire “non preoccuparti dell’esame, tanto o lo passi o non lo passi” — ma che coglie un punto vero: ci angosciamo per soglie da attraversare perché i cambiamenti preoccupano, ma è sempre bene ricordare che quando il dado è tratto o, se preferite, les jeux sont faits c’è ancora vita, non il vuoto.

Gli stoici, dal canto loro, avrebbero liquidato la sindrome dell’ultima volta con una scrollata di spalle: esiste solo cosa costruiamo il giorno dopo e su questo vale la pena di darsi da fare.

E qui arriva il genio di comicità popolare che fu Totò, che con La Livella, fa quello che né Epicuro né gli stoici, con tutta la loro eleganza, erano riusciti a fare fino in fondo: prendere in giro l’unica fine che non ammette repliche.

Nella poesia, il fantasma di un barone si lamenta perché nel cimitero si trova sepolto accanto ai resti di uno spazzino, e la Morte, con un sarcasmo sbeffeggiante, gli fa notare che ormai — da morti — non c’è più alcuna differenza:,la morte è l’unica vera livella, quella che pareggia tutti i conti sociali una volta per tutte.

Ecco il paradosso che vale la pena portarsi a casa: se persino la fine più definitiva, quella biologica, viene raccontata strappando un sorriso invece che con tragedia, con quale coraggio ci permettiamo di vivere con angoscia i naturali cambi di scena? Un mandato che finisce, una scrivania che si svuota, un’aula che si lascia per l’ultima volta: sono tutte porte, non muri.

Torno all’inizio, ai capelli bianchi che ho la fortuna di avere ancora in testa (e non è affatto scontato, converrete). C’è chi li porta come una sentenza, come se ogni capello bianco fosse un giorno sottratto invece che un giorno vissuto. Io preferisco portarli come una medaglia che certifica una vita vissuta con cambi di diverso tipo, fonte di esperienze tutte formative.

Forse la vera saggezza sta nel rovesciare l’ordine delle preoccupazioni. Prendere sul serio la vita mentre la si vive — l’ultimo giorno di un incarico va vissuto guardando avanti, non passato a fare il de profundis di se stessi — significa prendere con più filosofia l’unica cosa davvero irreversibile, proprio perché contro quella non c’è mandato, ricorso o proroga che tenga.

Non caso sulla facciata della cappella della famiglia De Curtis al Cimitero di Santa Maria del Pianto a Napol è scolpito in bassorilievo l'intero testo della già citata La Livella. Totò è lì che è sepolto.