Carlo Ginzburg, uno dei più grandi e influenti storici italiani contemporanei, è scomparso nelle scorse ore all'età di 87 anni.
C’è chi ha ricordato il legame suo e di sua mamma Natalia (nata Levi) a partire dal quadro drammatico della prima parte del Novecento, ancora peggiori per una famiglia ebrea e antifascista.
Persecuzioni che culminarono nel 1944, quando il padre Leone - esempio di intellettuale non piegatosi al Regime e che per le leggi razziali aveva dovuto lasciare l’insegnamento universitario - venne arrestato e torturato a morte dai nazifascisti nel carcere di Regina Coeli a Roma.
Nel dopoguerra Carlo Ginzburg scelse una sua strada distinta da quella letteraria della madre, vale a dire la ricerca storica. Natalia usava i suoi libri per ricreare l'intimità delle relazioni umane, mentre il figlio applicava un originale sguardo analitico da storico per dare voce a chi non l'aveva mai avuta come reazione alla “grande” narrazione tradizionale. Apparentemente distanti, ma non troppo.
Fa impressione come entrambi incrocino la Valle d’Aosta. Natalia Ginzburg dedica pagine splendide e cariche di nostalgia alla Valle d'Aosta in Lessico famigliare, legandola ai ricordi d'infanzia della famiglia Levi.
La montagna valdostana – nello specifico Gressoney-Saint-Jean – rappresenta lo scenario delle vacanze estive della famiglia, un rito immutabile che si ripeteva nel tempo. Per il padre di Natalia, la montagna non era sinonimo di riposo, ma di dovere, fatica e severità. Le estati a Gressoney erano scandite da lunghissime escursioni. Giuseppe Levi divideva l'umanità in due categorie: chi amava la montagna e chi non la capiva (i "negati").
Nel romanzo viene descritta la casa presa in affitto a Gressoney, una tipica costruzione del luogo che diventava il centro di un microcosmo familiare e intellettuale. Lì si intrecciavano le abitudini torinesi trasferite nella vallata con la ricostruzione nel libro della quotidianità della villeggiatura e le visite degli amici di famiglia.
Ci sono personaggi come Adriano Olivetti (che sposerà la sorella di Natalia, Paola) o l'amico fraterno Cesare Pavese. La montagna come la gioia e noia della vacanza, prima che le leggi razziali, la guerra e il confino disperdessero e colpissero la famiglia.
Cambiamo scenario e spostiamoci nel dopoguerra in Alta Valle. A partire dagli anni '60, l'editore Giulio Einaudi scelse la località alpina di Rhêmes-Notre-Dame come sede fissa per i "ritiri" estivi della sua casa editrice.
Non si trattava di vacanze, ma di veri e propri “buen retiro” intellettuali isolati dal mondo. Si riunivano in questa nostra vallata le menti più brillanti della cultura italiana dell'epoca: Italo Calvino, Elio Vittorini, Norberto Bobbio, Franco Basaglia, insieme a giovani storici e consulenti come lo stesso Carlo Ginzburg.
Fu in questo clima di totale immersione intellettuale e libertà creativa che Ginzburg espose ai colleghi l'idea rivoluzionaria di studiare la storia "dal basso", usando il caso di un mugnaio friulano morto sul rogo nel Cinquecento, che aveva appena scoperto negli archivi.
Era tale Domenico Scandella, detto Menocchio (1532–1599), un mugnaio vissuto a Montereale Valcellina, in Friuli. A differenza della maggior parte dei contadini del Cinquecento, Menocchio sapeva leggere, scrivere e far di conto.
Quando nel 1583 venne denunciato all'Inquisizione, Menocchio non ritrattò. Davanti ai giudici spiegò con orgoglio la sua teoria sull'origine del cosmo: all'inizio tutto era un caos primordiale in cui terra, aria, acqua e fuoco erano mescolati. Da questo ammasso si formò una massa – proprio come il formaggio si fa dal latte – all'interno della quale nacquero dei vermi, che diventarono gli angeli e Dio stesso.
Condannato una prima volta al carcere a vita, venne rilasciato per buona condotta ma non smise di professare le sue idee. In seguito a un secondo processo, l'Inquisizione lo dichiarò eretico relapso (recidivo) e Menocchio fu bruciato al rogo nel 1599 per ordine del Papa.
Grazie alle carte dei processi conservate in Friuli e alle intuizioni strutturate nei ritiri valdostani dell'Einaudi, Ginzburg è riuscito a salvare dall'oblio la voce di questo mugnaio, dimostrando che anche le classi popolari del passato possedevano una profonda dignità intellettuale. Una microstoria da cui si ricavano insegnamenti.
Questo avvenne attraverso la definizione, spiegata nei suoi libri, di un metodo indiziario. Si tratta di un sapere che non parte da leggi universali, ma da dettagli apparentemente trascurabili — tracce, indizi, sintomi — per risalire a una realtà non direttamente osservabile. Non mi avventuro in una spiegazione troppo complessa. Diciamo che è un invito a leggere il mondo anche dal basso, come un investigatore o un cacciatore, stando attenti ai “segni” (spie) che sfuggono ai grandi quadri, ma che svelano l’essenziale.
Restano da ricordare, come tracce nel tempo, i passaggi suoi e della madre in Valle d’Aosta che penso valesse la pena evocare.