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01 giu 2026

Edgar Morin e la sfida di pensare la complessità

di Luciano Caveri

Edgard Morin ci ha lasciato a 104 anni, accompagnandomi con i suoi scritti nella mia vita.

Le Monde così lo ha rappresentato in sintesi: ”Fino alla fine, la sua opera e la sua vita sono rimaste strettamente intrecciate. Resistente al nazismo, comunista di guerra, dissidente dello stalinisme, sociologo del tempo presente, profeta dei tempi futuri, metafisico dell'era planetaria, agitatore di idee e cercatore del sapere”.

Nicolas Truong, autore di un lungo articolo quasi un saggio, centra un passaggio decisivo: ”Una nuova via "dialogica", che associerebbe "i termini contraddittori di 'globalizzazione' (per tutto ciò che è cooperazione) e di 'de-globalizzazione' (per stabilire un'autonomia alimentare e sanitaria e salvare i territori dalla desertificazione), di 'crescita' (dell'economia dei bisogni essenziali, del sostenibile, dell'agricoltura contadina o biologica) e di 'decrescita' (dell'economia del frivolo, dell'illusorio, dell'usa e getta), di 'sviluppo' (di tutto ciò che produce benessere, salute, libertà) e di 'avvolgimento' (nelle solidarietà comunitarie)".

L’idea fondamentale della sintesi. La sua filosofia ci invita a unificare ciò che la scienza classica ha separato, per comprendere l'essere umano nella sua interezza.

Zigmunt Bauman, purtroppo anche lui scomparso diceva di Morin: "Siamo entrambi navigatori di quel mare in tempesta che è la modernità liquida. Morin ha avuto il merito immenso di fornirci non delle risposte rigide, ma degli strumenti metodologici — la riforma del pensiero — per accettare l'incertezza e farne una virtù democratica”.

Citai tempo fa, in questo spazio, questi pensieri del filosofo francese Edgard Morin, classe 1921: ”Penso che la vita umana sia polarizzata tra prosa e poesia. Gli stati prosaici sono quelli dell'obbligo, della costrizione, della noia. Gli stati poetici sono quelli del fiorire dell'IO nel NOI, che comporta affetto, amore, comunione, ed eventualmente esaltazione. Gli stati poetici sono favorevoli ai momenti di felicità e alla felicità, e possono suscitarli così come la felicità può suscitare loro. Distinguo i momenti di felicità fugaci: un bel viso, un paesaggio, una bella musica, un volo di rondini, il vagare di una farfalla. I periodi di felicità più o meno duraturi e che necessitano di un certo numero di condizioni esterne e interne, che sono appunto la realizzazione di sé in una comunione. Possono essere d'intensità, come nell'atto amoroso, la partecipazione a una festa. Possono essere di serenità e di pace interiore. L'ideale sarebbe combinare intensità e serenità”.

Il bello dei grandi vecchi sta in questo spessore di una vita vissuta, che consente - nella fortuna di averla avuta - di porsi interrogativi e di piantare qualche paletto, che diventa un punto di riferimento per qualche riflessione. Con grande freschezza, adoperando da centenario uno strumento contemporaneo, scriveva su "Twitter" pillole di saggezza. Una delle ultime mi piace molto: ”Non dovrebbe esserci ragione senza passione, e non dovrebbe esserci passione senza ragione”.

Questo legame fra cuore e cervello mi pare una buona soluzione, un mix che valorizza la nostra umanità. La scelta dell'una senza l'altra ci priva di un pezzo importante di noi, di quello che vorremmo essere.

Ma ho appuntato un altro suo pensiero dall'alto della vetta della sua vita: ”Nella nostra società ci sono queste riserve di sentimento, di amore, di sogno, di poesia, che non sono interamente né a volte principalmente invase dal puro calcolo, dal solo sfruttamento. La società può sopravvivere solo perché esistono questi anticorpi”. Per fortuna le idee, a differenza delle persone, sono immortali.

In occasione dei suoi cento anni Emmanuel Macron, Presidente francese osservò e vale come epitaffio: ”Ha attraversato un secolo di tumulti, di guerre, di speranze e di disillusioni, rimanendo sempre un uomo libero, un risvegliatore di coscienze, una mente universale che incarna il meglio della nostra cultura”.