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03 mag 2026

Informazione e giornalismo in crisi

di Luciano Caveri

Leggo spesso con interesse della riflessioni sulla meritevole testata on line ”Professionereporter” sui destini - che ovviamente mi stanno a cuore - dell’informazione nei suoi diversi aspetti: dal lavoro del giornalista al mondo dell’editoria, dallo stato di salute dei diversi media alle novità della rivoluzione digitale.

Materiale prezioso, pensando al ruolo ormai marginale su temi come questi del Sindacato e dell’Ordine dei giornalisti per una responsabilità collettiva a fronte di cambiamenti profondi che irrompono in modo disastroso e esiste una difficoltà oggettiva a governarli.

Giovanni Giovannetti giornalista, editore e fotografo ha scritto un lungo articolo con competenza e senza risparmiare nessuno. Ne riprendo alcuni punti, scusandomi con l’autore se salto qualche passaggio.

Così scrive: ”C’è un equivoco di fondo che attraversa una parte rilevante dell’editoria, non di meno quella italiana: l’idea che l’informazione sia un prodotto come un altro. Come le patate o le zucchine ai mercati generali. Si osserva l’andamento della domanda, si corregge l’offerta, si taglia ciò che non rende e si spinge ciò che “tira”. Se un tema funziona, lo si moltiplica; se non funziona, lo si abbandona. Senza rimpianti. Senza responsabilità. Aggiungerei senza la “competenza” necessaria, in un paese in cui l’arte dell’editoria è spesso affidata all’improvvisazione di soggetti o gruppi che perseguono tutt’altri interessi, ed alla sostanziale assenza di esperienza e professionalità specifiche”.

Facile accorgersene, sfogliando un giornale o guardando la sua versione digitale. Lo stesso vale per Televisioni e Radio, dove gli spazi informativi sono alla mercé di chiunque con mortificazione dei giornalisti e anche con giornalisti che ti domandi da dove siano spuntati nella professione.

Prosegue l’autore: ”Ma l’informazione – dicevamo- non è una merce neutra. E trattarla come tale produce un cortocircuito pericoloso. Non si tratta di una percezione isolata. I dati dell’Agcom e del Reuters Institute for the Study of Journalism mostrano una tendenza convergente: mentre il modello economico dell’editoria si indebolisce e la diffusione tradizionale cala, cresce la pressione a produrre contenuti che “funzionano” nell’immediato. È in questo contesto che si moltiplicano pratiche come la titolazione sensazionalistica, la spettacolarizzazione della cronaca a danno di notizie più “pensose” “.

Ci accorgiamo tutto di una qualità decrescente e di una sciatteria evidente. Ancora Giovannetti: “Non conta più la verifica delle fonti, la profondità dell’analisi, la pluralità delle voci. Conta ciò che “regge” sul mercato: click, copie vendute, tempo di permanenza. Indicatori legittimi, ma insufficienti a definire il valore dell’informazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una progressiva semplificazione del discorso pubblico, una tendenza al superficialismo delle notizie, una rincorsa continua al tema del giorno”. Tagliente una constatazione: ”La filiera – fatta di lavoro giornalistico, di competenze, di “scavo” e tempo lungo – diventa un costo da comprimere, non un investimento da difendere”.

Eppure la buona informazione conta, come ricorda Giovannetti: ”Non si limita a soddisfare una domanda: contribuisce a formarla. Orienta opinioni, costruisce rappresentazioni del reale, influenza decisioni individuali e pubbliche. In questo senso, è un’infrastruttura invisibile, ma decisiva, della democrazia. Se questa infrastruttura si impoverisce, si indebolisce anche la qualità del dibattito democratico”.

Salto alla parte conclusiva dell’articolo: ”Recuperare il senso dell’informazione come bene pubblico non significa negare il mercato. Significa riconoscere che il mercato, da solo, non è un criterio sufficiente. Serve una visione editoriale che tenga insieme sostenibilità economica e responsabilità democratica. Che consideri la qualità non un costo, ma un asset strategico e un investimento. Che accetti il rischio – inevitabile – di puntare su contenuti che non “performano” subito, ma costruiscono nel tempo autorevolezza. Perché l’informazione non fallisce quando perde lettori. Fallisce quando smette di distinguere tra ciò che vale e ciò che vende. E da quel momento non aiuta più a capire il mondo: si limita a seguirlo, finché non perde anche la capacità di raccontarlo”.

Una situazione difficile a fronte di cambiamenti profondi che spiazzano e preoccupano (cito ad esempio l’irrompere dell’Intelligenza Artificiale). Aggiungerei solo che i cambiamenti che investono il giornalismo e il sistema informativo sembrano non interessare più di tanto la politica e le conseguenze negative sono evidenti.