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23 mar 2026

Il rancoroso e le punizioni dantesche

di Luciano Caveri

Nella varietà della commedia umana spicca un personaggio che ho sempre trovato pessimo: il rancoroso.

Ne ho incontrati anche in politica e c’è si rode dentro da decenni con una bile che pare essere inesauribile. Talvolta - si noti il paradosso - senza una ragione reale, ma per una perniciosa fissazione.

L'origine della parola "rancore" è molto interessante e piuttosto suggestiva. Deriva dal latino tardo rancor, -ōris, che a sua volta viene dal verbo latino rancēre, il cui significato è che significava letteralmente "rancidezza", ”odore/stato di rancido", riferendosi appunto a cibi che si decompongono emanando cattivo odore. Difatti ha lo stesso ceppo etimologico di rancido.

Un olezzo che il rancoroso ha nel cervello e nell’animo e che vive nel risentimento profondo e nell’odio sordo. Qualcosa di incancrenito che marcisce dentro.

Una versione putrefatta della celebre memoria di elefante, animale che si dice non dimentichi mai offese, dettagli, volti, eventi o informazioni, anche dopo tantissimo tempo.

L'origine dell’osservazione del comportamento del pachiderma è antichissima: già Plutarco (I secolo d.C.) raccontava storie di elefanti che si ricordavano di torti subiti e si vendicavano anche dopo anni. Ma si tratta di un animale, non di un essere umano.

Ritengo, per contro, che questa memoria antica vada di tanto in tanto ripulita, anche quando si ritiene di aver subito qualche torto o qualche ingiustizia.

È una operazione di pulizia mentale per evitare di autoinfliggersi una sorta di pena che peggiora la qualità della vita del rancoroso nel ricordo di qualcosa che hanno incrociato nella loro esistenza.

Chi meglio della Divina Commedia di Dante Alighieri per migliorare la classificazione. Il Sommo Poeta riserva un posto molto specifico a coloro che in vita si sono lasciati dominare dalla rabbia. È interessante notare come l'Alighieri faccia una distinzione psicologica molto moderna tra due modi di vivere l'ira.

Nel Canto VII dell'Inferno, all'interno del V Cerchio, troviamo gli iracondi e gli accidiosi, entrambi immersi nella palude dello Stige, ma distinti per caratura del livore dimostrato. Gli iracondi sono coloro che hanno manifestato la rabbia esternamente. Si trovano sulla superficie della palude, nudi e pieni di fango, intenti a percuotersi non solo con le mani, ma con la testa, il petto e i piedi, arrivando persino a sbranarsi a vicenda.

Gli accidiosi, che sono iracondi iracondi tristi, sono depositari dell’ira repressa, quella che "bolle" dentro senza uscire. Sono completamente sommersi dal fango dello Stige. Non possono parlare chiaramente, ma emettono dei gorgoglii che fanno gorgogliare la superficie dell'acqua. "Fitti nel limo dicon: 'Tristi fummo / ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, / portando dentro accidioso fummo: / or ci attristiam ne la belletta negra'." (Inf. VII, 121-124).

Imbattibile Dante, che dimostra anche un animo buono e dimostra che ci si può redimere e lo scrivo per i rancorosi di mia conoscenza.

È bene ricordare che Dante ritrova gli iracondi anche in Purgatorio (XVII-XIX cornice). Qui però la pena è diversa: camminano avvolti in un fumo densissimo e pungente che li acceca, simbolo di come l'ira impedisca alla ragione di vedere chiaramente la realtà. Le anime cantano l’Agnus Dei invocando pace e misericordia, mostrando concordia e desiderio di mitezza — esattamente l’opposto dell’ira che le ha dominate in vita.

Non è una ripetizione, ma una distinzione precisa tra l’ira dannosa e impenitente che ti porta all’Inferno e quella penitente e curabile che ti spedisce in Purgatorio, dove stanno purificando proprio quella disposizione irascibile

Perfettamente in linea con il concetto del perdono e dell'abbandono del rancore non è solo un suggerimento nel cristianesimo, ma è considerato un vero e proprio pilastro dottrinale.

Considero valga anche nella morale laica.