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19 mar 2026

Ciao, Umberto Bossi

di Luciano Caveri

Saluto con deferenza la morte di Umberto Bossi, combattente nella politica italiana con le sue luci e le sue ombre.

Finito ai margini del Movimento che aveva creato e che, con suo patimento, era passato - con l’astuto e spregiudicato Matteo Salvini - dal federalismo al nazionalismo più estremo.

Parabola triste, pensando alle speranze del partito del Nord, finito ad essere alla destra della destra e persino filorusso, recise e tradite spregiudicatamente le radici federaliste delle origini.

Se nel 1979 la Valle d'Aosta avesse avuto per il Parlamento europeo il collegio uninominale, l'UV non avrebbe presentato la sua lista in tutta Italia e così Bruno Salvadori non avrebbe conosciuto il varesotto Umberto Bossi, che fondò dopo la candidatura per Strasburgo nelle liste unioniste il movimento "Lega lombarda".

Nel 1987, invece, fui testimone diretto dell'ingresso in Parlamento per la prima volta dello stesso Bossi al Senato (da qui la definizione Senatùr) e di Giuseppe Leoni alla Camera, con cui condivisi l'ufficio a Montecitorio per cinque anni, cementando un'amicizia che mi permise allora e nelle successive Legislature di assistere alla crescita e alle trasformazioni della Lega.

Partecipai ai congressi della Lega con grandi acclamazioni nel ricordo del cordone ombelicale con l’UV, tagliato poi con una Roma che conquistò e ammaliò il Senatùr che fu oscillante e capriccioso nelle sue scelte politiche e ebbro dei successi ottenuti. Sino a finire in storie di soldi che lo logorarono, arrivando al suo tetro accantonamento.

Una malattia invalidante ha poi stroncato il combattente con la crudeltà della politica che sa adoperare l’usa e getta anche di chi ha rappresentato svolte che erano apparse epocali nella palude della politica italiana.

Con me fu gentilissimo nei primi anni, poi ruppe il patto di non belligeranza con l’Union presentando sue liste in Valle d’Aosta con successi e insuccessi, ma senza più quel federalismo che sembrava nel DNA del suo Movimento, gettato alle ortiche nella confusa linea politica del suo erede. Quel Salvini che c’entra poco con le origini e che ora piangerà con lacrime di coccodrillo la sua morte.

Lui, Umberto, lo ricordo con quel suo toscano spento fra le labbra, la teatralità del comiziante, la furbizia di chi si era trovato al centro della politica, ma anche con l’arroganza di chi scala le cime senza più ottenere niente di quello che aveva promesso al Nord con una nuova stagione federalista abortita nei salotti romani.

Nel Transatlantico, attorniato dalle sue truppe, spesso mi chiamava da distante con il grido “Caveri!“, ricordando quando saliva in Valle e quando pianse la morte di Salvadori, prematuramente scomparso, e a cui dedicò la sala del Gruppo leghista, intitolata prima dalla DC ad Aldo Moro.

Seguì, anno dopo, con crudeltà che in politica si pratica non solo il buen retiro cui fu costretto, ma anche la scelta dello stesso Bossi di accantonare quel Gianfranco Miglio, che era il solo studioso del federalismo che aveva indicato la via.

Ma certi intellettuali furono accantonati per sceneggiate come Pontida e l’acqua delle sorgenti del Po o certe scemenze con costumi celtici che c’entravano poco con le Istituzioni.

Ma immagino che Umberto, dopo la sua uscita, abbia magonato - lui che evocava la Resistenza e l’antifascismo - con un Salvini che segue certe correnti che lo hanno spinto verso camerati alla Casa Pound con una rottura netta con le radici leghiste.

Un’occasione persa per la politica italiana e la morte del Senatur chiude una stagione diventata Storia.

Ciao, Umberto.